Google sfida l'UE: non vuole dare agli assistenti AI rivali gli stessi accessi di Gemini

Google ricorre contro due decisioni UE che impongono maggiore accesso su Android da parte degli assistenti AI concorrenti, nonché la condivisione dei dati anonimizzati di Search.

La battaglia europea che vede protagonista, suo malgrado, Google e le Autorità del vecchio continente non riguarda più soltanto browser predefiniti, app store o posizione dei servizi proprietari nei risultati di ricerca. Il nuovo terreno di scontro è molto più delicato: intelligenza artificiale, accesso alle funzioni profonde di Android e dati prodotti dalle ricerche degli utenti.

Il 28 settembre 2026 Alphabet ha presentato due ricorsi presso il Tribunale dell’Unione europea contro altrettante decisioni vincolanti adottate dalla Commissione il 16 luglio nell’ambito del Digital Markets Act. Secondo Reuters, Google sostiene che le misure possano indebolire le protezioni di sicurezza di Android e mettere a rischio la riservatezza delle ricerche effettuate dagli utenti europei.

Le decisioni impugnate da Google sono le stesse che avevamo analizzato a luglio, quando la Commissione europea aveva imposto al gruppo di Mountain View di aprire Android agli assistenti AI concorrenti e condividere parte dei dati di Google Search con operatori terzi qualificati.

La nuova battaglia legale si inserisce inoltre in un confronto più ampio tra Google e Bruxelles sul Digital Markets Act, che abbiamo seguito anche analizzando le contestazioni europee relative a Search, Play e Android e, più di recente, i problemi tecnici posti dall’accesso profondo degli agenti AI alle funzioni dello smartphone.

Google non deve consegnare il suo algoritmo di ricerca

L’UE non ha ordinato a Google di consegnare il codice del suo motore di ricerca, i modelli utilizzati internamente o la logica completa dei suoi algoritmi di ranking. La Commissione europea parla invece di dati generati dall’attività degli utenti: query, posizione di un risultato nella pagina, clic, URL visualizzati, tipo di dispositivo, lingua e altre informazioni utili a capire come un motore di ricerca risponde alle richieste.

Per un concorrente sono informazioni estremamente preziose. Una raccolta sufficientemente ampia permette, ad esempio, di migliorare la comprensione dell’intento di ricerca, affinare suggerimenti e completamento automatico, addestrare componenti dedicate al recupero delle informazioni, capire quali documenti meritano maggiore priorità nell’indice e valutare la qualità del ranking.

Per gli assistenti AI dotati di ricerca Web il vantaggio riguarda anche il cosiddetto grounding: recuperare fonti aggiornate prima di costruire una risposta, anziché affidarsi soltanto alle informazioni apprese durante l’addestramento del modello.

Esistono però limiti precisi. Bruxelles vieta ai beneficiari di utilizzare il dataset per addestrare modelli AI general-purpose, sviluppare pubblicità comportamentale, creare profili dei consumatori o replicare sistematicamente i risultati di Google. In pratica, i dati devono servire allo sviluppo della tecnologia di ricerca.

La questione più delicata: che cosa succede alle query degli utenti

La parte più interessante del ricorso riguarda la privacy. Oliver Bethell, senior director competition di Google, ha dichiarato a Reuters che la società contesta decisioni che, secondo Alphabet, la costringerebbero a condividere ricerche private senza un’anonimizzazione adeguata. Google osserva che le persone inseriscono nel motore domande relative a salute, relazioni personali e molti altri argomenti riservati.

Bruxelles, dal canto suo, afferma esplicitamente che il dataset non deve contenere account utente né cronologie individuali di ricerca e ha definito un processo tecnico a più livelli per ridurre il rischio di identificare una persona a partire dai dati condivisi.

Il primo passaggio consiste nell’eliminazione degli identificatori diretti, come nome dell’account e indirizzo IP, insieme ad attributi capaci di collegare facilmente più ricerche allo stesso soggetto. Spariscono, per esempio, timestamp precisi, alcuni filtri avanzati e informazioni sul formato dell’input. La Commissione descrive il risultato con un’immagine efficace: un “pagliaio” formato da query scollegate tra loro.

Segue poi la soppressione delle ricerche considerate troppo identificative: query insolitamente lunghe o contenenti termini rari possono rivelare nomi completi, username, password, indirizzi, numeri di conto e altre informazioni sensibili; il meccanismo previsto deve quindi escluderle.

Un ulteriore livello utilizza il principio della k-anonymity: i metadati devono risultare sufficientemente generalizzati affinché ogni utente appartenga a un gruppo di almeno 1.000 persone con caratteristiche equivalenti per localizzazione, tipo di dispositivo e lingua della query. La Commissione aggiunge che, secondo il modello previsto, il 95% degli utenti dovrebbe ricadere in gruppi composti da almeno 25.000 soggetti.

Perché il problema della re-identificazione non scompare automaticamente

Anonimizzare dati di ricerca è comunque un compito tecnicamente difficile. Eliminare username, IP e identificatori evidenti non garantisce comunque che una sequenza particolarmente rara di informazioni non possa essere ricondotta indirettamente a una persona. Una query può contenere dettagli altamente specifici; più attributi apparentemente innocui, combinati insieme, possono diventare identificativi.

Intorno a queste procedura ruota una parte sostanziale della controversia: Google sostiene che le misure non riducano il rischio a un livello accettabile; la Commissione ritiene invece che la combinazione di modifiche tecniche, vincoli contrattuali e controlli porti il rischio residuo di re-identificazione a un livello insignificante.

DuckDuckGo, citata da Reuters, ha appoggiato la posizione europea definendo robusto il sistema di anonimizzazione disegnato e prescritto.

L’accesso non è aperto a qualsiasi società che sviluppi un chatbot. Le condizioni pubblicate dalla Commissione richiedono che il richiedente svolga effettivamente attività di motore di ricerca nell’Unione europea o rappresenti un nuovo operatore credibile. Tra i criteri figurano almeno 50.000 utenti medi mensili nell’UE nell’anno precedente oppure, per un’azienda nata da meno di due anni, investimenti superiori a 50 milioni di euro.

Il trattamento deve inoltre avvenire nello Spazio economico europeo oppure rispettare condizioni di trasferimento capaci di assicurare un livello di protezione sostanzialmente equivalente a quello europeo. Soggetti sottoposti a determinate sanzioni o controllati da Paesi considerati portatori di gravi rischi strutturali per sicurezza informatica o protezione dei dati possono restare esclusi.

Google mantiene anche la possibilità di segnalare rischi specifici legati a un potenziale destinatario mentre la Commissione può negare l’accesso per ragioni di sicurezza pubblica.

Il succo è che il meccanismo voluto per legge non configura un’API pubblica attraverso la quale chiunque possa scaricare dati derivati dalle ricerche degli europei.

Android è l’altro fronte di scontro, forse ancora più complesso

Il secondo ricorso di Alphabet/Google riguarda la profondità con cui un assistente AI concorrente può interagire con Android.

Per Bruxelles il problema nasce dal fatto che Gemini dispone di possibilità che un’app installata dall’utente normalmente non possiede, nonostante entrambe possano proporsi come assistenti personali.

Le 11 funzioni individuate dalla decisione rientrano in quattro grandi gruppi: sistemi per richiamare l’assistente, accesso alle informazioni necessarie a comprendere ciò che l’utente sta facendo, capacità di eseguire azioni nelle app e nel sistema operativo, accesso alle risorse hardware e software indispensabili all’elaborazione.

Secondo lo schema approntato dalla Commissione, un assistente alternativo dovrebbe poter essere richiamato sui dispositivi Android mediante una parola di attivazione personalizzata o attraverso punti di accesso di sistema; dovrebbe poter ricevere, con il consenso dell’utente, informazioni utili da schermo, applicazioni e sensori. Potrebbe inoltre interagire con altre app per compiere operazioni come preparare e inviare un’email, aggiungere un elemento a una lista oppure modificare alcune impostazioni del dispositivo.

La Commissione vuole evitare che l’integrazione profonda di Gemini diventi un vantaggio impossibile da replicare semplicemente perché Google controlla entrambi i livelli: sistema operativo e assistente.

Le soluzioni di interoperabilità dovranno essere gratuite per gli sviluppatori, documentate e sufficientemente efficaci da non introdurre ostacoli artificiali o procedure molto più macchinose rispetto a quelle disponibili ai servizi Google.

Google: l’apertura di Android può creare nuovi vettori di attacco

Sul versante Android, le obiezioni di Mountain View diventano soprattutto tecniche. In un intervento pubblicato dal team Android Security & Privacy ad agosto, Google ha sostenuto che consentire ad agenti AI terzi di ottenere accesso profondo al dispositivo allarghi inevitabilmente la superficie d’attacco.

Un normale programma Android lavora all’interno di una sandbox e riceve soltanto le autorizzazioni concesse dal sistema e dall’utente.

Un agente AI capace di osservare ciò che compare sullo schermo, raccogliere informazioni ambientali, comandare altre applicazioni e modificare impostazioni assume invece un ruolo molto più potente. Se l’agente commette un errore oppure interpreta istruzioni ostili, l’impatto non resta confinato alla sua app.

Google richiama in particolare il rischio di indirect prompt injection: eventuali istruzioni malevole possono annidarsi all’interno di una pagina web, in un documento, all’interno di un messaggio o di altri contenuti elaborati dall’assistente. Un agente autonomo potrebbe interpretarle come comandi e sfruttare i propri privilegi per effettuare operazioni che l’utente non aveva realmente richiesto.

Mountain View contesta inoltre il livello di controllo previsto per alcune capacità sensibili e sostiene che accessi a microfono, fotocamera o contenuto dello schermo richiedano verifiche più severe. La Commissione aveva osservato che il consenso dell’utente rimane necessario e permette a Google di introdurre criteri oggettivi di ammissibilità per alcune funzioni particolarmente delicate.

Android 18 è il primo vero appuntamento

Sempre che Google non riesca a spuntarla in tribunale, le modifiche potrebbero essere introdotte già nella prossima major release indicata come Android 18, e comunque entro il 1° agosto 2027.

Una delle funzioni tecnicamente più impegnative, la rilevazione simultanea delle parole di attivazione per più assistenti, dispone invece di una finestra più ampia: dovrà comparire con Android 19 e comunque non oltre il 1° agosto 2028.

Il calendario per i dati di ricerca è molto più stretto

Sul fronte Search, le scadenze sembrano decisamente più pressanti: entro la fine di agosto 2026 Alphabet doveva presentare il modulo per stabilire l’ammissibilità dei richiedenti e pubblicare le informazioni necessarie ai potenziali beneficiari. Entro settembre sono previsti modelli di licenza, campioni di prova e stime dei costi.

Il dataset anonimizzato dovrebbe essere completato entro novembre 2026 insieme alla documentazione tecnica relativa, tra l’altro, alla latenza e ai sistemi utilizzati per individuare dati personali. Entro gennaio 2027 dovrebbe arrivare anche l’offerta economica definitiva.

Il prezzo non può essere fissato arbitrariamente. La Commissione permette ad Alphabet di recuperare i costi incrementali necessari a preparare, conservare e distribuire i dati, oltre a una remunerazione ragionevole del capitale utilizzato. Il modello prevede componenti fisse e variabili e, soltanto in circostanze particolari, margini aggiuntivi entro limiti definiti.

Il ricorso apre una questione molto più ampia dell’antitrust

La causa promossa da Alphabet/Google presso il Tribunale dell’Unione europea mette quindi sullo stesso tavolo tre esigenze difficili da conciliare: concorrenza, privacy e sicurezza del dispositivo.

Dal punto di vista della concorrenza, il problema individuato dalla Commissione è concreto: chi controlla miliardi di interazioni di ricerca e contemporaneamente uno dei sistemi operativi mobili più diffusi dispone di risorse che un nuovo operatore non può costruire rapidamente. Rendere accessibile una parte di tali vantaggi può ridurre la barriera all’ingresso.

Dall’altra parte, query e capacità di controllo di uno smartphone non sono risorse neutre. Una ricerca può contenere informazioni personali molto delicate; un assistente AI dotato di accesso allo schermo, alle applicazioni e ad altre funzioni di sistema può fare molto più danno di una normale app se compromesso o manipolato.

Le criticità sono quindi insite nei dettagli: livello di isolamento, anonimizzazione, verifica e revoca.

Il ricorso di Google porterà ora questi aspetti davanti ai giudici europei, anche se – nel frattempo – il calendario continua a scorrere. Salvo provvedimenti giudiziari che intervengano sull’esecuzione delle decisioni, Alphabet deve prepararsi alle scadenze già stabilite.

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